Stasera finalmente parliamo di un fumetto veramente...mostruoso, realizzato da Isabella Di Leo: Si può fare!
Questo libro nasce per la passione dell'autrice per Gene Wilder, come spiega lei stessa nella prefazione. E si vede perfettamente l'enorme lavoro che ha portato a questo fumetto. Come si intuisce già dal titolo, e dalla copertina che riprende la locandina del film, "Si può fare" racconta la genesi del capolavoro della comicità Frankenstein Junior, e i due protagonisti non potevano che essere Gene Wilder e Mel Brooks. Il cult infatti nasce da un'idea poi diventata sceneggiatura di Gene che chiamò l'amico Mel a dirigere e a dare il proprio contributo. Il libro, gigante come la Creatura di Frankenstein (274 pagine!) si sofferma proprio sulla preparazione della pellicola, la ricerca dei soldi per realizzarla, la scelta degli attori, le discussioni fra i due. Ad esempio, sembra strano, ma i due ebbero a ridire sul bianco e nero del film e sulla scena del tip tap, idee di Gene a cui Mel all'inizio era contrario!
La narrazione della messa in opera viene ogni tanto interrotta da un flashback in cui vediamo altri momenti del rapporto fra i due, da come si conobbero agli altri film realizzati assieme. Ecco, se si vuole il libro racconta anche la storia di un'amicizia. Mentre Mel viene rappresentato divertente, entusiasta ma anche con momenti di incazzatura e di depressione (dopotutto i suoi primi film non furono un successo) quello che colpisce è la figura di Gene Wilder. Un geniale attore romantico e malinconico, che riusciva a far ridere, suo malgrado, grazie a quei capelli e a quegli occhi. Per lui ci sarà tempo anche per una storia d'amore durante la lavorazione del film. Come già detto, l'autrice ha svolto veramente un lavoro eccezionale, documentandosi su molti libri, riviste e interviste. Anche nella parte grafica è riuscita a rendere alla perfezione i vari protagonisti: d'altronde Gene, Mel ma soprattutto Marty Feldman erano quasi dei fumetti viventi! E' stato veramente un piacere, oltre che molto interessante, leggere questo libro.
pagine 274 - euro 20
BeccoGiallo Editore

Prego...assolutamente imperdibile! :)
RispondiEliminaSono un fan, un cultore, un appassionato di Young Frankenstein! Credo di saperlo recitare a memoria (nell'edizione italiana) :D
RispondiEliminaIl libro mi tenta molto, nonostante i disegni non siano di mio gradimento. Ci farò comunque più di un pensiero.
Grazie per la segnalazione!
Prego, casomai ci farai sapere :D
EliminaQuesto me lo segno, mi hai convinto. Bella recensione. Poi io adoro Frankenstein Junior...
RispondiEliminaNe parliamo domani sera! :D
EliminaGirato subito il link a una mia collega che adora Frankenstein Junior. Mi unisco ai complimenti per l'autrice, sia per l'opera di documentazione, sia per la resa grafica dei personaggi :)
RispondiEliminaNel libro c'è una foto di parte della sua collezione su Gene Wilder e Mel Brooks, veramente impressionante :)
EliminaCon l'uscita di Mel Brooks e Sid Caesar – È bello essere il re!, terzo volume edito da BeccoGiallo, la parabola artistica di Isabella Di Leo sembra aver già raggiunto un punto di stallo. Se l'esordio con Triplo guaio e il successivo Si può fare! (incentrato sulla genesi di Frankenstein Junior) potevano beneficiare dell'effetto novità e della sincera passione dell'autrice per il cinema comico americano, questa nuova opera solleva forti dubbi sulla maturità e sull'originalità della sua proposta editoriale
RispondiEliminaDedicare un secondo libro intero allo stesso identico personaggio, semplicemente arretrando la linea temporale di vent'anni, sa più di operazione commerciale "sicura" che di reale urgenza artistica.
L'autrice difatti ammette di aver attinto a piene mani dalle biografie ufficiali e da ore di interviste su YouTube. Il fumetto si riduce a un ricalco didascalico di nozioni enciclopediche.
Da non tralasciare la caratterizzazione superficiale e anacronistica. Nelle sue dichiarazioni, Di Leo liquida la psicologia dei suoi protagonisti con formule da social network che lasciano perplessi.
L'autrice confessa di aver lavorato per quattro anni a un progetto di oltre 250 tavole, per poi tagliare scene e gag per condividerle come "extra" sui social. Questa dinamica da content creator più che da fumettista si riflette nell'opera, che spesso frammenta la narrazione in scenette e sketch da Instagram, a discapito della tenuta e del ritmo della trama principale.
Anche sul piano strettamente visivo, i dubbi rimangono. Di Leo dichiara con candore che, essendo stato un progetto durato quattro anni, il suo stile in digitale "si è evoluto molto di mese in mese" e che la cosa è "molto evidente mettendo a confronto i due fumetti".
In un mercato professionale, questa dichiarazione suona quasi come un'ammissione di colpa: la mancanza di uniformità stilistica all'interno dello stesso volume (o tra capitoli vicini) non è un "pregio evolutivo", ma un difetto di coerenza visiva che spezza l'immersione del lettore e denuncia una maturità tecnica ancora da raggiungere.
Il quadro si complica se si guarda al lavoro successivo citato, Vite sospese. Il passaggio repentino dalla satira hollywoodiana al fumetto sociale (il dialogo generazionale tra giovani in difficoltà e anziani) puzza di commissione editoriale accettata senza una reale cifra stilistica pronta a sostenerla. Nonostante l'autrice dichiari di aver evitato la retorica, l'idea stessa di romanzare resoconti di assistenti sociali per "migliorare la narrazione" rischia di scivolare nel paternalismo e nel pietismo tipico delle operazioni a sfondo sociale fatte per accumulare punti simpatia.
Isabella Di Leo si conferma un'ottima fan, ma una fumettista ancora molto acerba e troppo dipendente dai suoi miti d'infanzia. Finché la sua produzione rimarrà legata al cordone ombelicale del tributo e del ricalco biografico — strizzando l'occhio a dinamiche da fanzine e all'approvazione di figure pop come Greggio e Iacchetti — farà fatica a imporsi come un'autrice completa, capace di raccontare storie proprie con una voce davvero originale.
Voto: 4/10 — Un'autrice intrappolata nella gabbia d'oro del tributo nostalgico, con evidenti limiti di coerenza grafica e un approccio psicologico troppo superficiale.